Non mi ricordo

Non mi ricordo

 

Non mi ricordo – Le storie narrate nelle mie fotografie sono storie di persone che passano da una condizione della vita a un altra, ovvero da un momento di normalità, a uno stato di demenza progressivamente degenerativa e invalidante, la malattia di Alzheimer.

La memoria è la facoltà di conservare, rievocare e riconoscere le tracce di impressioni ricevute. Quando richiamiamo in noi un ricordo, tentiamo di riprodurre e collocare nel tempo le percezioni passate. Anche quando ci proponiamo di rievocare un’immagine nel modo più fedele possibile, la memoria ci inganna: Il ricordo non è mai una riproduzione fedelissima di una percezione passata, è sempre qualcosa di nuovo e di diverso, perché una parte, seppur piccolissima, delle tracce lasciata in noi va quasi sempre perduta, e perché al residuo delle percezioni passate, si aggiunge spesso, inconsciamente, qualcosa di estraneo.

La Malattia Invisibile.  Non mi ricordo

Il sintomo più comune della malattia è l’incapacità di acquisire nuove informazione e la difficoltà nel collocare eventi passati in un corretto arco temporale. Le persone affette vivono in un mondo che è non più adatto alle loro esigenze, dove la praticità acquisita nel corso degli anni, per svolgere anche i compiti più semplici, va perduta, ma sopravvive quasi sempre qualcosa del patrimonio mentale già acquisito: i ricordi più importanti che custodiscono gelosamente.

Produttore di ricordi.  Non mi ricordo

Attori, parenti e persone affette dalla malattia hanno deciso di recitare in un piccolo teatro messo in scena, per esprimere il mio pensiero riguardo comportamento della memoria.
Ho preparato e fotografato delle scene silenziose e ferme, congelate dalla nitidezza delle espressioni, e ho provato la sensazione di avere a disposizione tutto il tempo del mondo per studiarle e prepararle..

 

La possibilità di avere avuto del tempo per raccontare le mie idee da mettere in pratica ai soggetti scelti, e contemporaneamente conoscere i racconti del loro passato, mi ha permesso di lanciarmi in un percorso parallelo alla fotografia messa in scena, basato sulle singole esperienze della loro vita.

 

Diretti dalle mie parole e ripresi in un loro ambiente familiare, hanno affermato la loro interazione con spazi vissuti quotidianamente, tralasciando tuttavia il fatto che stesse accadendo qualcosa di irregolare, che i mobili nelle stanze venissero addirittura spostati e una luce, talvolta un po’ gelida, li avvolgesse.

 

Immortalando espressioni vere invece che simulate, traspare la consapevolezza di un individuo che a un certo momento della propria vita perde il filo, per proiettarsi e immaginarsi momentaneamente in quel mondo invisibile dato dalla mancanza di percezione della realtà e del tempo come forma lineare, dove il prima e il dopo riescono a fondersi e confondersi.

“Come una ballerina sulle punte delle sue scarpette, piano, fa dei passi indietro, quando qualcunotira il filo del sipario, le luci si spengono, e cala il silenzio.”

 

Conversazioni Immaginarie