I pini d’Aleppo

I pini d’Aleppo non crescono dappertutto.
Addirittura, ho scoperto che alcune persone non sanno nemmeno di che diavoleria di specie facciano parte e, a differenza di tutti gli altri pini, questi di Aleppo sono pallidi pallidi, alti alti e quasi scomparsi. Il posto migliore in cui vivere, per i pini d’Aleppo, è la mia terra. Possono stare al sole e guardare l’Africa e questo, secondo me, gli basta. Agata l’ho conosciuta con un gelato in mano, seduta là sotto. Anime come Agata non crescono dappertutto. Addirittura, ho scoperto che alcune persone non sanno nemmeno di che diavoleria di specie faccia parte e, a differenza di tutti gli altri, Agata è pallida pallida, alta alta e quasi scomparsa. Il posto migliore in cui vivere, per Agata, è nella mia terra, con me. Posso farla stare al sole e indicarle l’Africa e questo, secondo lei, le basta.

 

 

 

A Pachino ti fanno il solletico

La storia di Pachino è tutto fuorché divertente. La verità è che a Pachino si credono davvero simpatici, ma non lo sanno che oltre ai pomodori, non c’è niente di buono. Dovete credermi! Nina viveva a Siracusa, lontana da me 51 chilometri e io, invece, stavo nella città dei pomodori, in via Enrico Cialdini. Un giorno Nina decise di lasciarmi, dal giorno alla notte, per una pazzia tutta sua. Così io la pregai di stare insieme, di guardare ancora il mare e di parlarne davanti ad una granita, che forse era meno fredda di lei. Niente! Niente da fare! Tirava dritto come un cavallo e non ne voleva sapere di me, forse perché le avevo detto che la granita, a Siracusa, non la sapevano proprio fare. Così me ne tornai indietro, come fanno i gamberi, e passai per i campi, la strada sterrata e i fili di grano. Si impigliarono tutti nel mio
finestrino e mi pizzicarono il naso. Prima piacevoli, poi noiosi, poi odiosi; un solletico terribile! Ma che non lo sapevano che Nina mi aveva lasciato? Non lo sapevano che io, a Pachino, non ci volevo più stare? Ma che non lo sapevano che non c’era proprio una minchia da ridere?

 

 

 

Forte come le betulle dell’Etna

Di essere forte come le betulle dell’Etna non l’avevano detto a me, ma ad Alice: la mia compagna di banco. Le betulle dell’Etna, per chi non lo sapesse, sono degli alberi bianchi bianchi, secchi secchi, brutti brutti e ad Alice, che le avevano detto che doveva essere come loro, questa cosa proprio non andava giù. Un giorno, peró, giù ci era andata lei. Non mangiava più, non dormiva più, non beveva più e manco a scuola veniva più. Così andai io da lei e la vidi bianca bianca, secca secca e brutta brutta. Sapete cosa l’aveva ridotta così? La malattia che se la stava portando via. Passarano dieci, cento, mille giorni e Alice tornó a scuola e ci tornó bella, ma bella bella. Così le chiesi come aveva fatto, tutto d’un tratto, a superare quelle cose e mi disse che era riuscita a sopravvivere al freddo della solitudine, al caldo della rabbia e che era diventata più forte della malattia, più forte di tutti gli altri, più forte di tutti gli alberi, forte come le betulle dell’Etna che, per chi non lo sapesse, a differenza di tutte le altre specie sopravvivono alle cose peggiori della vita.

 

 

 

Ad Enna si sono bevuti il mare

-Nonno ma tu lo sai quanto ci vuole ad arrivare ad Enna?- chiesi
-Beddu, ci vuole pazienza, nervi saldi e speranza- mi disse.
Devo essere sincero. Io non ho creduto subito alle parole di mio nonno ma solo perché, prima di tutto, io quelle parole non le avevo proprio capite. Per arrivare ad Enna, però, sapevo che devi dimenticarti il mare perché invece di guardarlo te lo lasci alle spalle e, una volta superati Sigonella, Sferro e Catenanuova ne devi superare altri di posti e il tragitto ti sembra infinito. Sapevo, peró, che c’era una leggenda che diceva che -ad Enna si sono bevuti il mare- forse perché per fare tutta quella strada sono rimasti morti di sete. Ad ogni modo, con grande fatica, io ci sono arrivato ad Enna e ho trovato quello che diceva nonno, in fila: il cielo, le colline e l’erba. Con grande fatica, ho trovato quello che diceva nonno: la pazienza, i nervi saldi e la speranza.